martedì 31 agosto 2010

Il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste contro l'esposizione del crocifisso a scuola



"Estratto dalla relazione della commissione d'esame in apertura del dibattito sull'argomento

Una riflessione sui centocinquanta anni dell’Unità d’Italia è quello che la Tavola richiede a questo Sinodo, inserendo questo tema come secondo argomento d’interesse nella sua relazione. Ci si accosta a questo discorso inserendolo in un contesto chiaro, utilizzando espressioni altrettanto precise: assistiamo infatti «[…] al riemergere di revisionismi tesi a riabilitare lo stato borbonico e quello pontificio legittimando e celebrando la loro opposizione al processo risorgimentale e quindi alla costituzione dello Stato Unitario». Questo quadro viene ancor meglio definito inserendo la tematica nord-sud, quando si fa preciso riferimento alle strumentalizzazioni di questi ingenui revisionismi da parte di chi «intende rivendicare gli interessi esclusivi di una parte del paese». I temi fondamentali della libertà religiosa e della laicità dello Stato assumono in queste celebrazioni un significato speciale, in quanto «[…] solo nell’Unità, l’Italia ha potuto conoscere la modernità, ha scoperto il valore della laicità e della libertà di coscienza». La Commissione d'Esame concorda nei temi e appoggia le preoccupazioni fin qui evidenziate dalla Tavola nella presentazione al Sinodo di questo capitolo"...

Gelmini-Marchionne, le due facce della stessa medaglia

È un filo tutto politico, che pone un carico di responsabilità a tutti coloro che hanno a cuore le sorti della scuola della Repubblica...

Non capita spesso di sentir parlare di mobilitazioni della scuola nei mesi estivi, eppure è quello che sta accadendo, in barba ai luoghi comuni che vorrebbero gli insegnanti sotto l'ombrellone.
In verità, a partire dalla manifestazione nazionale della CGIL del 12 giugno c'è stato un intensificarsi delle iniziative. A giugno lo sciopero degli scrutini indetto dai sindacati di base, pienamente riuscito, seguito da occupazioni degli uffici scolastici in moltissime provincie e da sit-in sotto il ministero dell'istruzione. A metà luglio la manifestazione a piazza Montecitorio indetta, per il terzo anno consecutivo, dal Coordinamento Precari Scuola e, infine, l'emergere di forme di lotta radicali ed estreme, come lo sciopero della fame, iniziato a Palermo e che in queste ore Giacomo e Caterina, due precari palermitani, stanno proseguendo a Roma nel luogo simbolo del potere politico, piazza Montecitorio, sostenuti da decine di insegnanti, non solo precari, in presidio permanente.
C'è un denominatore comune che lega queste iniziative e le numerose altre che si preannunciano per l'inizio dell'anno scolastico: è la consapevolezza che ad essere colpiti dalla sciagurata politica scolastica governativa non sono solo i legittimi diritti di chi, dopo anni e anni di precariato, si trova d'improvviso in mezzo ad una strada ma, soprattutto, la stessa sopravvivenza della scuola così com'è disegnata nella Costituzione. È così che si spiega la determinazione con la quale la lotta prosegue, malgrado la sordità del governo, incapace persino di un gesto di umana considerazione nei confronti di persone che, con lo sciopero della fame, stanno mettendo a rischio la loro stessa vita.
Sta crescendo anche la percezione dello stato di difficoltà in cui si trova il governo e non solo per le fibrillazioni della sua maggioranza. Sul versante della scuola, infatti, a mettere in crisi i provvedimenti della coppia Gelmini-Tremonti stanno grandinando raffiche di pronunciamenti del TAR che hanno dichiarato illegittimi i decreti con i quali sono stati attuati i feroci tagli previsti dalla legge 133 di due anni fa. (Sotto questo profilo, è francamente incomprensibile la scelta delle Regioni di centrosinistra di non volersi costituire in giudizio a sostegno dell'iniziativa giudiziaria intrapresa da diversi comitati e da centinaia di cittadini). Anche il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, chiamato tardivamente a dare il proprio parere - obbligatorio anche se non vincolante - su questi provvedimenti, li ha sonoramente bocciati!
Ci sono dunque tutte le condizioni perché il nuovo anno scolastico inizi nel segno di mobilitazioni sempre più estese e generalizzate. Un antico proverbio cinese ci ricorda che non sono le perle a fare la collana, ma il filo che le tiene insieme. Le iniziative che si stanno diffondendo a macchia d'olio in tutte le città son le perle della nostra collana, perché diventino espressione di un movimento di massa capace di piegare l'avversario occorre lavorare tenacemente alla tessitura del filo che le tiene insieme.
È un filo tutto politico, che pone un carico di responsabilità a tutti coloro che hanno a cuore le sorti della scuola della Repubblica. Ai lavoratori della scuola in primo luogo - insegnanti e ATA – chiamati a ritrovare il protagonismo delle stagioni migliori. Ai dirigenti scolastici, quelli che il ministro vorrebbe docili esecutori di direttive inique ed illegittime che, invece, dovrebbero essere i primi a denunciare le condizioni di sfascio, culturale ed economico, in cui si sta gettando la scuola. Agli studenti, prime vittime di un sistema pensato per negare il loro diritto alla crescita culturale e civile. Alle forze sindacali non subalterne al governo, nei cui confronti da tempo si sollecita una maggiore determinazione ed una unità d'azione, finora sempre sacrificate sull'altare delle logiche di organizzazione. E, infine, alle forze politiche d'opposizione. Questo del rapporto tra forze politiche e movimenti sociali, anche sul terreno della scuola, è forse il tema più delicato. Non sfugge a nessuno, infatti, come l'azione del governo, in tutti i campi che interessano la vita dei lavoratori e dei cittadini, abbia potuto contare, oltre che sulla propria forza arrogante, sulla debolezza – a voler essere generosi – dell'opposizione parlamentare.
Ma non è questo il tempo delle recriminazioni (e tante se ne potrebbero fare anche sulla politica del precedente governo di centrosinistra). Chiudere con la stagione del berlusconismo è possibile solo se si comprende che la scuola della Gelmini è l'altra faccia della medaglia della fabbrica di Marchionne. È il tempo, dunque, di assumere impegni chiari, di fare propria senza ambiguità la piattaforma rivendicativa dei precari e del movimento di lotta: ritiro dei tagli e ripristino dei finanziamenti, ritiro delle controriforme Gelmini, assunzioni dei precari su tutti i posti liberi... si tratta di parole d'ordine che abbiamo sempre condiviso; il nostro impegno – e la nostra speranza - è di rappresentarle con coerenza in un Parlamento diverso da questo.
Per l'immediato, a Giacomo e a Caterina che hanno intrapreso lo sciopero della fame, a tutti i lavoratori della scuola già in lotta, a quanti decideranno nei prossimi giorni di mobilitarsi, diciamo: siamo con voi, senza se e senza ma.

“Liberazione” 31 agosto 2010
Vito Meloni, resp. naz. scuola PRC-SE

lunedì 30 agosto 2010

Gheddafi il colonizzatore: Libia-Italia affari incrociati


Ironia della storia. Il leader dell'ex colonia italiana fa shopping nel Belpaese

Libia-Italia affari incrociati
Gheddafi il colonizzatore


"It's the economy, stupid!" è la frase che rese celebre Bill Clinton nella sua corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Oggi, quando il colonnello Gheddafi atterrerà a Roma sarà bene che anche gli italiani se la ricordino: "E' l'economia, stupido!" Forse andrebbe un po' adattata allo spirito di questo decennio che più di economia parla di affari. 
La torta in gioco infatti in questo campo è bella ricca. Ettore Livini su Repubblica parla di un giro da 40miliardi di euro. "Un pirotecnico giro d'operazioni -si legge - gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra".
Allora incominciamo con vedere quali sono i settori interessati. Direttamente Mohamed e Silvio detengono quote nella Quinta Communications, società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Spiccioli, in quanto i grossi affari sono di ben altra portata. L'Italia ha dimostrato di saper essere un mercato tra i più aperti, e spesso gli interessi stranieri si sono indirizzati verso società leader in settori strategici. 
La Libyan investment Authority (Lia) è stata creata nel dicembre di tre anni fa con una dotazione di 50 miliardi di dollari di capitale. E Gheddafi ha sottolineato che il 90% degli investimenti libici all'estero avranno come destinazione privilegiata l'Italia. E' da comprendere quindi il ricevimento in pompa magna da parte di Berlusconi. Solo quest'affermazione vale un fiume di denaro da 45 miliardi di dollari diretto sia verso le blu chip italiane che verso le pmi, tanto che Mediobanca ha un ruolo non secondario nell'indirizzare questi investimenti.
In cambio di questo fiume in entrata la Libia è pronta ad assicurare alle industrie italiane affari di non poco conto. Poco prima di firmare il trattato di accordo nel 2008, il segretario libico che lavorava alla stesura del trattato si presentò in Assolombarda a Milano per presentare il piano di investimenti previsti per modernizzare la Libia: 153 miliardi di dollari. Una cifra che fece cadere più di una mascella. Per questo il dossier Libia è su tutte le scrivanie che contano, non importa se sul lato della domanda o dell'offerta. 
Oggi l'Italia è il primo partner commerciale per la Libia. Una posizione che vale 20 miliardi di euro nel 2008, in crescita del 27% sull'anno precedente.
Le imprese italiane sono già in Libia pronte a costruire strade e reti telefoniche. Da lì l'Eni, che è a Tripoli dal 1959 era Mattei, oggi ricava non meno di 250 mila barili di petrolio al giorno, il 30% delle importazioni italiane. E sempre dalla Libia arriva il 12& del gas importato. l'a.d. dell'Eni, Paolo Scaroni, solo pochi giorni fa ha detto di ritenere la Libia «come la pupilla dei miei occhi perchè con questo paese abbiamo relazioni importanti. Pensiamo che in Libia investiremo 25 miliardi di dollari». Scaroni ha aggiunto di considerare tutti i propri interlocutori «da Gheddafi a Chavez, tutti belli, bravi e buoni. Perchè per me sono tutti clienti». Alla faccia dei diritti umani.
Così come la costruzione della mega-autostrada da tre miliardi di dollari che attraverserà il litorale libico dalla Tunisia all'Egitto, 1700 chilometri è parco gioco per le aziende italiane. Alla fase di prequalifica, secondo quanto risulta all'agenzia Radiocor, parteciperanno infatti la cordata formata da Impregilo e Cmc di Ravenna, il consorzio fra Astaldi, Toto, Grandi Lavori Fincosit e Ghella, il gruppo Condotte. Alla finestra al momento il gruppo Salini-Todini, Pizzarotti, Cmb di Carpi, il gruppo Gavio tramite Itinera e diverse realtà del mondo cooperativo. L'opera è infatti prevista dal trattato di amicizia siglato nel 2008 fra Berlusconi e Gheddafi. 
Dulcis in fondo le banche. Il colonnello è riuscito in due anni a diventare il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti. Un patto quello con la Libia che Berlusconi riassume così: «scuse e risarcimenti contro meno clandestini e più gas e petrolio».
Simonetta Cossu su 


Liberazione, 29/08/2010

venerdì 13 agosto 2010

Il repellente servilismo filopadronale di Raffaele Bonanni, segretario Cisl...


Dino Greco, da Liberazione del 12/08/2010


La decisione con la quale il giudice del lavoro di Melfi ha reintegrato i tre lavoratori che la Fiat aveva cacciato per avere organizzato
uno sciopero è un atto di giustizia di grande rilevanza per almeno due ragioni. In primo luogo perché spazza via l’equazione infamante in base alla quale Marchionne - col sostegno attivo di Emma Marcegaglia e Maurizio Sacconi, vale a dire della Confindustria e del Governo - ha cercato di assimilare una lotta sindacale ad un atto di sabotaggio. Non sarà sfuggito il sincronismo con cui la Fiat - che non fa mai nulla a caso - aveva assunto analoghi provvedimenti a carico di lavoratori di Termoli e di Mirafiori, nell’intento di scoraggiare sul nascere qualsiasi manifestazione di dissenso in qualsivoglia forma espressa. C’è ora da augurarsi che anche gli altri ricorsi presentati dalla Fiom siano premiati da analogo successo e che la martellante azione antisindacale scatenata dall’azienda di corso Marconi continui a trovare un contrasto efficace, almeno nelle sentenze che la magistratura pronuncia nel nome del popolo italiano, visto che non è concesso riporre speranze in un’opposizione parlamentare sino a ieri sedotta dai giochi di prestigio dell’amministratore delegato della Fiat.
Il secondo motivo di soddisfazione riguarda il fatto che lo statuto dei lavoratori, la più importante delle leggi sul lavoro, una delle poche sopravvissute alla devastante controriforma politica di questi anni, continua a produrre la sua efficacia e corrobora gli sforzi impegnati dai lavoratori per impedirne la manomissione ed estenderne il campo d'applicazione.
Chi invece mastica amaro per l'esito giudiziario di questa vicenda è Raffaele Bonanni, il quale va spiegando ai quattro venti che sì, la Fiat ha forse sbagliato, ma soltanto perché ha voluto replicare con eccesso di zelo all'estremismo conflittuale della Fiom, vera responsabile del clima che sta avvelenando i rapporti sociali in Italia. Dunque, secondo questo sedicente sindacalista, i lavoratori che a Melfi scioperarono - si badi, unitariamente - per contrastare l'intensificazione unilaterale dei ritmi di lavoro imposta dall'azienda mentre altri lavoratori della medesima erano collocati in cassa integrazione, stavano compiendo un gesto estremistico, causa vera e sostanziale della reazione un po' esagerata, ma in fondo comprensibile, del padrone. Ecco una manifestazione di repellente servilismo che i lavoratori, anche quelli iscritti alla Cisl, sapranno ben valutare.

per completezza di informazione vedi anche l'articol:
"Sempre con Fiat, la tattica del nuovo Bonanni",
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/13/sempre-con-fiatla-tattica-del-nuovo-bonanni/50107/

venerdì 6 agosto 2010

Tutti al mare... e il Paese naufraga La maggioranza in decomposizione emana miasmi fetidi e gli alleati di un tempo se le suonano di santa ragione.



Il 25 luglio del cavalier Berlusconi

di Raul Mordenti
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Il 25 luglio di Silvio Berlusconi si è consumato nelle modalità farsesche che contraddistinguono il ripetersi degli eventi nella storia (la prima volta in tragedia, la seconda in farsa, come dice Marx) ; invece del voto contrario al duce su un OdG di Dino Grandi, un bel po' di astensioni per difendere un sottosegretario alla Giustizia (sic!) indagato e indifendibile; invece dei saluti romani e dello sguainare dei pugnali della Milizia, il grido "Silvio! Silvio!" spudoratamente intonato dai fedelissimi nell'aula di Montecitorio; invece dell'invito alla "vendetta tremenda vendetta" di Pavolini, il fondo del "Giornale" di famiglia che invita a Votare, votare, votare; e, questa volta, neppure un reuccio in grado di far portare via da un'autoambulanza lo sconfitto. Altra differenza non da poco: questa volta l'esecuzione dei "traditori" ha preceduto, e non seguito, il "tradimento", con i fucili del plotone di esecuzione caricati col piombo dei "trattamenti Boffo" affidati ai sicari Feltri e Belpietro. 
Resta la sostanza, resta cioè la fine di una coalizione che sembra naufragare sugli scandali e sulla rivendicazione dell'impunità, dato che il movimento operaio non è riuscito a farla naufragare sugli attacchi ai salari, sulla disoccupazione, sul precariato, sulla distruzione della scuola e dell'università e sulla gestione ferocemente classista della crisi economica. Tuttavia la fine del governo Berlusconi può anche non significare la fine di Berlusconi e del berlusconismo. Esiste sempre per "papi" la speranza - chiamiamola così - rappresentata dalla miseria della leadership del centro-sinistra. Chi volesse averne un assaggio probante vada a leggersi il recente intervento di Veltroni che ammonisce a non abbandonare il bipolarismo, ma anzi, se possibile, a rafforzarlo! Come se l'esperienza di un quindicennio di sconfitte non fosse ancora bastato per far capire a quelli come Veltroni che costringere la dialettica politica nello schema forzato della scelta fra due campi, e due capi, non solo mortifica la democrazia, non solo umilia e ferisce a morte il parlamentarismo disegnato dalla Costituzione, non solo impedisce che la dialettica della lotta fra le classi si rappresenti nella sfera della politica, non solo incrementa a dismisura l'astensionismo di sinistra, ma garantisce a priori la vittoria della destra. Insomma: il bipolarismo è la vittoria di Berlusconi, e una cosa non può esistere senza l'altra. Lo confessiamo: un po' conforta e (a seconda dei temperamenti) un po' disgusta leggere oggi da Massimo Cacciari che il bipolarismo è la rovina dell'Italia, e sentir dire più o meno le stesse cose da Francesco Rutelli, dato che questi due (e troppi altri silenziosamente pentiti senza una sola parola di autocritica) sono stati fra i maggiori teorizzatori e artefici del sistema bipolare che ha consegnato il paese alla banda berlusconiana.
Ma grande è il potere di oblio, oppure di perdono, del nostro popolo, e i pentimenti tardivi sono sempre preferibili all'accanita riproposta dei medesimi errori, e delle medesime sconfitte.
I comunisti hanno posto non da oggi il problema della necessità di fuoruscire dalla gabbia del bipolarismo per ridare forza e spazio alla difesa degli interessi popolari, alla democrazia, anzi alla stessa politica. Questa nostra proposta politica strategica, non contingente, incontra delle risposte importanti (lo sentiamo ogni giorno) nel popolo della sinistra, che ha purtroppo verificato con l'esperienza in questi anni l'assoluta inutilità, anzi la tremenda dannosità, del cosiddetto "voto utile", dato sotto ricatto. Non dimentichiamolo mai, e anzi ricordiamolo a tutti (dato che nessun altro lo fa notare): è il "voto utile" del bipolarismo che ha escluso dal Parlamento l'opposizione di sinistra, col bel risultato che le Camere votano ora all'unanimità la guerra in Afghanistan e che nessuno sostiene in Parlamento le ragioni degli operai in lotta; ed è sempre il "voto utile" che ha portato in Parlamento nelle liste del PD (magari eletti coi voti della nostra gente!) anche quei deputati che oggi si astengono o, addirittura, che votano per Berlusconi. Dunque, abbiamo buone ragioni per rivendicare la fine del terribile meccanismo del bipolarismo, e aspettiamo risposte chiare anche da parte di chi, come Vendola, tace su questo punto cruciale perché sembra aver sposato il bipolarismo e la sua logica micidiale.
E tuttavia, anche (o perfino) con il sistema elettorale attuale, si vada a votare al più presto. 
Non spetta alla sinistra, in tutte le sue articolazioni, salvare il Governo della guerra, della disoccupazione e dei tagli alla scuola e alla sanità, e meno che mai spetta alla sinistra appoggiare la riproposta di queste medesime politiche, magari con Tremonti al posto di Berlusconi. Solo la campagna elettorale può mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità e renderci possibile presentare Berlusconi il conto, non solo delle sue malefatte giudiziarie ma anche della sua politica economica e del massacro sociale di questi anni. Che le forze politiche più legate alla borghesia si ricompattino (da Fini a Rutelli passando per Casini e, soprattutto, per Draghi e Montezemolo) serve a far capire a tutti qual è la posta in gioco, ed è una posta che ha a che fare (una volta di più) coi salari e con le pensioni, insomma col problema di quale classe debba pagare la crisi, o, per dirla con Lenin, di decidere "chi le prende e chi le dà".
La "questione comunista" e la sua nuova evidente attualità è tutta qui: se deve esistere, oppure no, un Partito comunista, che rappresenti cioè anche politicamente l'autonomia di lotte, di interessi e di prospettive del proletariato, vecchio e nuovo. Oramai è del tutto chiaro che molti, anche nel centrosinistra, pensano che un tale partito non debba assolutamente esistere, e per sopprimerlo essi sono disposti a pagare (coscientemente oppure no) anche il prezzo di un eterno ritorno del berlusconismo.
Dimostrare coi fatti non solo la teorica necessità ma anche la pratica possibilità di un simile Partito comunista è invece ciò che dà senso al nostro impegno collettivo di questi mesi, durissimi ma anche ricchi di possibilità e di entusiasmo.


 da Liberazione del 06/08/2010