giovedì 28 ottobre 2010

Sul lodo c’è l’accordo, anzi no Fli e Pdl due parti in commedia



A metà pomeriggio Fabrizio Cicchitto annuncia soddisfatto: «Abbiamo trovato un accordo sul lodo Alfano». I parlamentari di Fli dicono però di non saperne nulla. Il senatore Maurizio Saia - che fa parte della Commissione incaricata di elaborare il provvedimento salva premier - cade dalle nuvole. «Accordo? Quale accordo? Chiedetelo a Cicchitto». Il potente capogruppo dei deputati Pdl corregge il tiro: «Auspichiamo che venga raggiunta un’intesa sul lodo Alfano, consoliderebbe la maggioranza». Sembra una situation comedy, invece è la politica italiana. I riflettori dei media so- no tutti puntati sulla commissione affari costituzionali del Senato. In uno splendido salone affrescato di palazzo Madama si decidono le sorti del governo del paese. Se gli emenda- menti dei finiani verranno accolti dal- le altre due gambe della maggioranza, cioè da Pdl e Lega, il governo Berlusconi vivrà. Non si sa per quanto ma vivrà. In caso contrario si aprirà una crisi dagli esiti imprevedibili. Più che di lodo Alfano si dovrebbe parlare di nodo Alfano. Stretto come quello di Gordio, visto che la corda viene tirata da una parte e dall’altra.
La parola chiave della giornata è reiterabilità. «Non scherziamo sulla reite- rabilità del lodo», avverte il finiano Roberto Menia. Tanto basta a Cicchit- to per arrivare alla conclusione che l’accordo è stato raggiunto. Di più: il patto stretto con Fli scongiura future incomprensioni in tema di giustizia. Cicchitto getta il cuore oltre l’ostacolo. A suo favore gioca comunque la presa di posizione del gruppo finiano. I futuristi dicono da giorni che senza la reiterabilità sono pronti a dare il via libera al lodo. Sul punto Nino Lo Pre- sti è chiaro: «Senza la norma che renderebbe lo scudo utilizzabile più vol- te, siamo pronti a votarlo». Di qui l’ottimismo del presidente della Commissione affari costituzionali Carlo Vizzini: «Non so a che punto sia concretamente la trattativa tra Pdl e finiani, ma so che Alfano ha detto ieri che pensa ragionevolmente che non è sui temi della giustizia che ci possa essere una rottura». Staremo a vedere.
Futuro e libertà si prepara comunque a presentare l’emendamento sulla rei- terabilità. «Ho sentito pochi minuti fa il presidente Fini - spiega il senatore Saia - ed è chiaro che la strategia che stiamo portando avanti con coerenza non è cambiata in nulla». Eppure Fa- bio Granata e Carmelo Briguglio continuano a dire che il lodo Alfano andrebbe buttato nel cestino. «Pareri personali», taglia corto Saia. Pasquale Viespoli derubrica le differenze di sensibilità a «incontinenze mediatica». O forse il classico gioco delle parti, per accreditare Futuro e libertà come partito dell’ordine e della legalità. Un compito non facile trovandosi in maggioranza con il partito di un premier discusso come Silvio Berlusconi.
I malumori dei finiani potrebbero essere sfruttati dal Pd, che annuncia il possibile voto favorevole a eventuali emendamenti presentati da Fli: «E’ possibile che voteremo gli emendamenti di Futuro e
libertà. Certo, prima dobbiamo vedere le carte», spiega la presidente dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, che ha però conferma il «no radicale al provvedimento». Tanto basta ai berluscones per dire che Fini sta con i comunisti. La propaganda è la propaganda, e casomai arrivassero le elezioni...
Come in ogni situation comedy che si rispetti, entrano in scena personaggi che non ti aspetteresti. Il ministro della Difesa e anche triumviro delle libertà Ignazio La Russa interviene sul lodo per dire che «la reiterabilità andrebbe lasciata almeno per una legislatura». Ci è o ci fa? Ci fa, il ministro è un burlone e provoca gli ex colleghi di An. Da parte sua il ministro dell’In- terno Roberto Maroni esclude che la stabilità di governo dipenda dal lodo e si dice convinto che il governo non rischia la crisi sullo “scudo” per il premier. «Siete voi che ne parlate ma il lo- do Alfano non è l’ombelico del mondo politico...». Vive sulla luna? Venti- quattr’ore fa Berlusconi ha detto a Ve- spa - sotto forma di anticipazioni del- l’ultima fatica letteraria dell’anchorman di “Porta a porta” - che il lodo è indispensabile. Evidentemente c’è un deficit di comunicazione fra palazzo Chigi e i ministeri. La commedia va avanti, oggi una nuova puntata.

Frida Nacinovich, Liberazione 28.10.2010

venerdì 15 ottobre 2010

GENOVA: la violenza dei fascisti serbi allo stadio...



L'amaca di MICHELE SERRA

Ci si indigna perché il fanatismo politico si infiltra nelle curve degli stadi. Pochi si chiedono se e quanto siano le curve a essersi infiltrate nella politica, e a incanaglirla (i fumogeni, tipica arma d' offesa da stadio, hanno esordito negli scontri di piazza). Eppure esistono studi approfonditi e annosi, sulla questione. Gli spalti di molti stadi balcanici e slavi hanno fornito carne da cannone per le orrende guerre secessioniste degli anni Novanta. In un certo senso le hanno alimentate se non innescate, catalizzando l' odio etnico, fornendo slogan, bandiere, adrenalina per la carneficina imminente. I ceffi dei fascisti serbi che hanno sequestrato per molte ore la città di Genova sono appena una variante delle piccole orde di furiosi che popolano molti degli stadi europei (anche italiani), pronte a trasformarsi in soldataglia alla prima occasione buona. Enorme serbatoio di violenza che facciamo finta di ignorare anche quando la luce dei bengala inquadra quelle facce stravolte. Poi naturalmente, in quelle pance birrose, in quella tracotanza alterata, si indovina la debolezza dei poveri. Nessuno di loro diventerà mai ministro. Sono votati ai lavori sporchi. In pace come in guerra. -

La foto e l'articolo sono stati pubblicati da La Repubblica il 14 ottobre 2010

giovedì 14 ottobre 2010

La neolingua del Cavaliere


Quello che segue è un estratto dell’intervento che Gustavo Zagrebelsky (Presidente Emerito della Corte Costituzionale) terrà sabato a Firenze, nell’ambito della tre giorni Società e Stato nell’era del Berlusconismo, in programma da venerdì a domenica in vari luoghi del capoluogo toscano: la Biblioteca delle Oblate, la facoltà di Scienze della formazione e il cinema Odeon . Interverrano, tra gli altri, Sandra Bonsanti, lo storico Paul Ginsborg, il direttore di Repubblica Ezio Mauro.

Le considerazioni che seguono sono sotto il segno di un celebre motto di Friedrich Schiller: «La lingua poeta e pensa per te». Nella lingua del nostro tempo, si nota la presenza sovrabbondante di un lessico che non sarà certo quello di Schiller ma è forse piuttosto quello di Berlusconi, dei suoi e dei loro mezzi di comunicazione che si esprimono come lui. E noi abbiamo cominciato a parlare come loro. Ciò può essere interpretato come un´intrusione nel nostro modo d´essere e di comunicare, oppure come un´emersione, che non crea nulla, ma solo dà voce. In questo secondo caso, la radice sarebbe più profonda, la malattia più pervasiva. In ogni caso, l´uniformità della lingua, l´assenza di parole nuove, l´ossessiva concentrazione su parole vecchie e la continua ripetizione, sintomi di decadenza senile, è tale certo da produrre noia, distacco, ironia e pena ma ñ molto più grave ñ è il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio kitsch, forse proprio per questo largamente diffuso e bene accolto.

«Scendere» (in politica) Qual è la via che conduce alla politica? O dal basso o dall´alto. Dal basso, vuol dire dall´interno di un´esperienza politica che, mano a mano si arricchisce e porta all´assunzione di sempre più vaste responsabilità e di più estesi poteri. Ciò equivale a una carriera politica e corrisponde all´idea della politica come professione, nel senso classico di Max Weber. La legittimità dell´aspirazione al potere politico è interna alla politica stessa, alle sue esperienze, alle sue procedure e ai suoi rituali. Oppure la via può essere la discesa, quando si fanno valere storie, competenze e virtù maturate in altre e più alte sfere. La politica non è, allora, una professione, ma una missione. La legittimità dell´aspirazione politica è esterna alla politica come professione, anzi sta proprio nel suo essere estranea, aliena. (….) Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza delle società, è la sempiterna figura della missione redentrice che un «salvatore» assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava prima lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù. Teologia politica allo stato puro, cioè trasposizione di schemi mentali e suggestioni dalla teologia alla politica.
C´è poco da ridere o anche solo da sorridere. È cosa seria. È una forma mentale perenne e universale, ricorrente nella storia delle irruzioni in politica di tutti i salvatori che si accollano compiti provvidenziali. I «re nascosti», gli «unti del Signore» che gli uomini comuni devono riconoscere, fanno la loro apparizione nella storia dei popoli in ogni momento di difficoltà; gli «uomini della provvidenza», comunque li si denominino e quale che sia la forza provvidenziale che li manda e dalla quale sono «chiamati» (un Dio, la Storia, il Partito, la «Idea», la Libertà, il Sangue e la Terra, in generale il Bene dell´umanità) sono appena alle nostre spalle, anzi sono tra noi. La secolarizzazione del potere, premessa della democrazia, non li ha affatto scacciati. (….)
Quest´idea è pervasiva e va al di là degli schieramenti politici. L´invocazione di un «papa straniero», salvatore della Patria anch´esso, sia pure di segno provvidenziale opposto a quell´altro, è la dimostrazione che questa mentalità è penetrata profondamente ed estensivamente nel modo comune di considerare la politica e la salvezza politica. Certo, questa formula ha qualcosa d´ironico. Ma c´è da scommettere che, se un tale personaggio, dal mondo della finanza, dell´industria o dell´accademia, farà la sua apparizione, questa sarà circondata dagli stessi caratteri: anche lui «scenderà» in politica e il suo non sarà un «ingresso» ma una «discesa». Si renda o non si renda conto del significato di questo linguaggio che, ormai entrato nell´uso, gli sembrerà del tutto naturale, ovvio.
La parola-chiave è dunque «scendere». Scendere da dove? Da una vita superiore. Scendere dove? In una vita inferiore. Per quale ragione? Per rispondere a un dovere, al quale sacrificarsi. Quale dovere? Salvare un popolo avviato alla perdizione. Con quali mezzi? Mezzi politici. Dunque: «scendere in politica». Non con i mezzi corrotti del passato però, ma con mezzi inediti e con compagni d´avventura nuovi di zecca. Tutto dev´essere reso «nuovo», generato a un´altra vita. Ciò che è vecchio sa di corruzione. Per questo, si deve scendere dall´alto, dove c´è virtù, purezza, capacità di buone opere, e non dare l´impressione di salire dal basso, da dove nascono solo creature che si alimentano e vegetano nella putredine.

«Contratto» Da dove si scende, è ben detto fin dall´inizio, in quel volumetto del 2001, intitolato Una storia italiana, dove la vita del protagonista, prima della «discesa», è rappresentata come un idillio familiare, intriso di buoni sentimenti, di felicità nel suo rapporto con la natura, come una sequela di successi professionali, come una dedizione, già allora, al bene di tutti coloro che hanno a che fare con lui. Ma ora, c´è un popolo intero che ha bisogno di soccorso. Non rispondere alla chiamata, sarebbe un atto d´egoismo. Noi miscredenti pensiamo che la politica sia il luogo del potere, necessario ma pericoloso. No: è il mezzo per portare soccorso, da agevolare dunque. Resistere alla chiamata o opporsi al chiamato significa volere il male del bisognoso (…).
Questi concetti, ripetuti poi infinite volte, dovrebbero essere analizzati uno per uno. Non sono detti a caso. Ci deve essere una mente: la condizione beata di partenza, il sacrificio personale consacrato al paese infelice e bisognoso d´aiuto, il soccorso, la chiamata, l´altruismo, le armi. C´è già in nuce tutto quanto seguirà. Compreso il rito elettorale, inteso non come laico confronto tra persone e programmi, ma come una sorta di giudizio di Dio affidato al popolo (vox populi, vox dei). Il programma elettorale diventa qualcosa di diverso da una proposta di governo. Diventa rivelazione della propria missione salvifica, «buona novella» che deve essere annunciata tramite «apostoli della libertà». L´investitura elettorale è la risposta all´annuncio. Il «contratto con gli Italiani» è cosa assai meno ingenua di quel che appare. È la sanzione dell´avvenuto riconoscimento del salvatore da parte dei salvati, da parte del suo popolo. La funzione mistica attribuita a questo «contratto», presentato come tavola fondativa d´un patto indistruttibile e sacro, è completamente al di fuori della logica della democrazia rappresentativa. Si spiega nella logica del disvelamento e del riconoscimento, della discesa dall´alto che incontra un bisogno e un´invocazione dal basso.

«Amore» Nel discorso con il quale fu dato l´annuncio (il Kérygma) della «discesa» in politica (26 gennaio 1994), un passaggio-chiave, una frasetta che sembra buttata lì, fu «L´Italia è il Paese che io amo». Così anche l´amore faceva la sua discesa nel linguaggio della politica, non senza conseguenze pervasive. Il neonato Partito Democratico, a sua volta, ritenne di non dovere essere da meno e rispose per le rime nel «Manifesto» fondativo del 2007, che inizia così: «Noi, i democratici, amiamo l´Italia». Questo è un esempio delle conseguenze perverse dell´imitazione nel campo della comunicazione politica. Le due dichiarazioni d´amore si equivalgono? No, non si equivalgono. La prima («L´Italia è il Paese che io amo») è una dichiarazione sovrana che proviene da uno che ha già detto che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita felice in sé e per sé, oppure avrebbe potuto prescegliere un altro luogo per vivere o per discendere sulla terra dei comuni mortali. L´Italia, così, è la prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l´amore che tanto gratuitamente le è stato donato. La seconda dichiarazione è tutt´altra cosa. Non è un atto sovrano. È un atto obbligato. Potrebbe un partito politico che, ovviamente, è dentro, non sopra il Paese al quale chiede consensi, dire: «Tu non mi piaci affatto». Questa dichiarazione, come dichiarazione d´amore, suona falsa perché è obbligata e l´amore obbligato che cosa è? Può essere un´adulazione interessata. Anche la prima, naturalmente, lo è, ma si presenta in tutt´altro modo, come un dono d´amore, una dedizione gratuita, un atto commovente. Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi potrebbe, a sua volta, non riamarlo?
E se non riama? Se l´amore non è corrisposto? Se non c´è corrispondenza a un amore così grande che è quasi un sacrificio, è perché qualcuno odia. Solo apparentemente, le parole d´amore, spostate dal campo che è loro proprio, cioè quello delle relazioni interpersonali concrete, e riversate nella campo della politica, cioè dei rapporti impersonali astratti, sono parole benevolenti. In realtà sono parole violente, destinate a provocare divisioni radicali, contrapposizioni e incomunicabilità, tra «noi che amiamo» e «voi che odiate». Valga, tra le tante possibili, questa citazione: «Noi non abbiamo in mente un´Italia come la loro, che sa solo proibire ed odiare. Noi abbiamo in mente un´altra Italia, onesta, orgogliosa, tenace, giusta, serena, prospera, un´Italia che sa anche e soprattutto amare» (L´Italia che ho in mente, Milano, Mondadori, 2000, p. 280). Se guardiamo all´Italia di oggi, possiamo tristemente riconoscere che la spaccatura è avvenuta e non sappiamo come si potrà sanarla.

«Assolutamente» Un avverbio e un aggettivo apparentemente innocenti, da qualche tempo, condiscono i nostri discorsi e in modo così pervasivo che non ce ne accorgiamo «assolutamente» più: per l´appunto, assolutamente e assoluto. Tutto è assolutamente, tutto è assoluto. Facciamoci caso. È perfino superfluo esemplificare: tutto ciò che si fa e si dice è sotto il segno dell´assoluto. Neppure più il «sì» e il «no» si sottraggono alla dittatura dell´assoluto: «assolutamente sì», «assolutamente no». (…) Il predecessore dell´assoluto è il «categorico» d´un tempo, quando non c´era posto per le sfumature ma solo per le convinzioni granitiche, per gli «imperativi categorici» presi dalla filosofia morale e gettati nell´agone politico. Ciò che l´assoluto esclude è «il relativo». Il relativo è ciò che costringe al confronto e induce a pensare. L´assoluto, invece, comanda e pretende obbedienza, assolutamente. Il relativo è proprio dei deboli, perché è insidiato dal dubbio; l´assoluto è forte perché, insieme ai dubbi, esclude la possibilità di venire incontro, di cercare accordi e stabilire compromessi con chi non condivide i nostri «assoluti». Tra assoluto e fanatico c´è parentela stretta in uno stesso mondo spirituale. (….)

«Fare-lavorare-decidere» La «discesa» dalla quale abbiamo iniziato a che cosa mira? La rigenerazione ch´essa promette in che cosa consiste? Non nella salvezza delle anime, né nell´elevazione civile della società e nemmeno nella potenza della Nazione o dello Stato, come fu per diverse «discese salvifiche» in altri tempi e luoghi. Lo dice ancora una volta il linguaggio del nostro tempo, così impregnato di aziendalismo e produttivismo. L´idea che la vita politica si basi su un legame sociale che ñ certamente ñ implica ma non si esaurisce in benessere materiale, consumi, sviluppo economico, è totalmente estranea al modo di pensare attuale e alla lingua che l´esprime. L´Italia è «l´azienda Italia» e tutti devono «fare sistema», «fare squadra» perché possa funzionare. Basterebbe pensare alla politica delle «tre I», slogan lanciato a suo tempo per sintetizzare il senso delle riforme nella scuola italiana: inglese, Internet, impresa. Dalla scuola si bandiva quella cosa così evanescente, ma così importante per tenere insieme una società senza violenza e competizione distruttiva, che è la cultura. La scuola, davvero, si orientava verso il «saper fare», cioè verso la produzione di «risorse umane» finalizzate allo «sviluppo» dell´azienda e da utilizzare intensivamente fino al limite oltre il quale ci sono gli «esuberi».
La politica, a sua volta, è venuta configurandosi come il logico prolungamento di questa concezione del bene sociale. Così, il governo diventa il «governo del fare» il cui titolo di merito «assoluto» è di avere posto fine al «teatrino della politica» e di andar facendo. «Fatto» diceva un non dimenticato spot pubblicitario governativo costruito su un timbro sonoramente impresso su qualche foglio di carta. Per «fare», però, occorre «lavorare» e, così, quello che lavora, non quello che chiacchiera, è il governo buono. Bisogna «lasciarlo lavorare». Chi si mette di traverso, cioè «rema contro» la squadra di canottieri che fa andare la barca non è un oppositore ma un potenziale sabotatore, uno che non ama l´Italia. (…..) Ora, l´ideologia aziendalista del fare e del lavorare mette in evidenza, esaltandolo, il momento esecutivo e ignora, anzi nasconde il momento deliberativo. Chi decide, in che modo decide e che cosa decide? Tutto questo è «assolutamente» fondamentale in democrazia perché rappresenta il momento formativo e partecipativo delle scelte politiche. La logica aziendalista, trasportata in politica, fa dell´efficienza l´esigenza principale: efficienza per l´efficienza. Il fare per il fare: attivismo. Tante leggi, tante riforme: è la quantità a essere messa in mostra. Viene meno il rapporto tra il fare e il «che cosa fare», un rapporto che presuppone una divisione tra il realizzare e il determinare l´oggetto da realizzare. Viene meno il fine dell´agire. (….)
Alla medesima logica appartiene il «decidere», per esempio nell´espressione «democrazia decidente», che ha preso piede anche nel lessico di parte di forze politiche d´opposizione (…) Anche qui ciò che viene passato sotto silenzio è ciò che dovrebbe garantire che non si operi male. Forza delle parole: il mezzo, cioè l´efficienza (fare, lavorare, decidere), da mezzo quale è, diventa il fine.

«Politicamente corretto» (….) Negli anni appena trascorsi è stata condotta vittoriosamente una battaglia semantica contro la dittatura del «politicamente corretto», accusato di conservatorismo, ipocrisia e perbenismo. I tabù linguistici sono caduti tutti. Perfino la bestemmia è stata «sdoganata» perché qualunque parola deve essere «contestualizzata». I contesti sono infiniti. Così ogni parola è infinitamente giustificabile. Il degrado è pervasivo, e ha contagiato anche chi non l´ha inaugurato e anzi, all´inizio, l´ha deplorato. Così, ci si è assuefatti. Ma il risultato non è stato una liberazione, ma un nuovo conformismo, alla rovescia. Oggi è politicamente corretto il dileggio, l´aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l´occultamento delle difficoltà, le promesse dell´impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d´amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel «politicamente corretto» dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l´orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente.

Questa anticipazione è stata pubblicata da Repubblica, il 14 ottobre 2010
L'articolo e l'introduzione sono stati pubblicati da: http://www.libertaegiustizia.it/2010/10/14/la-neolingua-del-cavaliere/

martedì 5 ottobre 2010

SCUOLA, "Indisponibili a rottamare l'istruzione e la ricerca pubbliche": 8 ottobre 2010, SCIOPERO NAZIONALE della prima ora della FLC CGIL


Per l'8 ottobre 2010, la FLC CGIL ha proclamato uno sciopero nazionale in tutti i comparti della conoscenza 29-09-2010 | Sindacato FLC


Come preannunciato, nelle prossime settimane entrano nel vivo alcune delle iniziative di mobilitazione del nostro sindacato.

Un appuntamento importante sono le ore di sciopero che saranno attuate in maniera articolata fino a dicembre 2010. Inizialmente sarà interessata la prima ora di lezione per i docenti della scuola, la prima ora di attività per i docenti universitari e ricercatori, la prima ora di servizio per il personale ausiliario-tecnico-amministrativo (per la scuola, il personale impegnato nei turni pomeridiani/serali sciopera l'ultima ora di servizio); per gli enti di ricerca si tratta della prima ora di lavoro per i ricercatori e tecnologi (che va effettuata nell’ambito dell’autonoma determinazione dell’orario di lavoro) e la prima ora di servizio per il personale tecnico e amministrativo.

La prima ora di sciopero sarà effettuata per tutti i comparti l'8 ottobre - inizialmente previsto per il 4 ottobre - successivamente saranno attuati scioperi ad intermittenza ogni quindici giorni.

Nota. Lo spostamento della data dello sciopero da lunedì 4 ottobre a venerdì 8 si è resa necessaria a seguito dei rilievi mossi dalla Commissione di garanzia sul diritto di sciopero (concomitante indizione di uno sciopero da parte di altra sigla sindacale).

Il quadro della situazione
I tagli pesantissimi a scuola, università, ricerca e Afam, il netto peggioramento della qualità del lavoro nelle scuole non statali e la crisi devastante della formazione professionale richiedono risposte di lotta all’altezza dello scontro.

L’apertura del nuovo anno scolastico avviene in una situazione di incertezza il cui dato incontestabile è quello di un netto impoverimento della qualità dell’offerta formativa.

Il disegno di legge Gelmini sull’università e l’attacco agli enti di ricerca, veicolato dalla legge di riordino e dagli altri provvedimenti, stanno compromettendo già ora la funzione di queste istituzioni.

I sistemi di istruzione formazione e ricerca sono sempre più al centro di un processo di smantellamento della centralità del ruolo pubblico con la chiara intenzione del Governo di favorire un esteso processo di privatizzazione dei saperi. Si vuole tornare indietro nel tempo non garantendo più a tutti l’accesso all’apprendimento come sancito dalla nostra Costituzione.

Vi è anche il tentativo di restringere gli spazi di democrazia nei nostri comparti per affermare logiche autoritarie, centralistiche e burocratiche che intendono cancellare la libertà d’insegnamento e di ricerca, la laicità e l’autonomia delle scuole, delle università e degli enti di ricerca pubblici.

Ciò che accade nei comparti della conoscenza è lo specchio di una idea regressiva di società e di relazioni sociali che questo Governo e Confindustria vogliono imporre. Le vicende di Pomigliano e la disdetta del contratto dei metalmeccanici configurano una lacerazione profondissima delle regole democratiche e il venir meno del carattere universale dei diritti sociali e degli istituti contrattuali.

Il blocco dei contratti e delle carriere per tre anni, la legge Brunetta, il congelamento degli scatti di anzianità nella scuola con l’intenzione di cancellarli definitivamente, fanno parte integrante dello stesso disegno teso alla distruzione del sindacato confederale. L'obiettivo è l'eliminazione di ogni dissenso rispetto alla devastazione sociale che s’intende affermare nel nostro Paese.

Anche per queste ragioni occorre rinnovare le Rsu, quale risposta coerente e decisa al restringimento degli spazi di democrazia nel lavoro e per recuperare ogni spazio possibile di contrattazione sui posti di lavoro. Dobbiamo difendere le regole democratiche nel pubblico impiego quale condizione per una loro estensione nei settori privati. Ogni lavoratrice e lavoratore deve avere il diritto di votare le piattaforme rivendicative e le intese e non può essere il Governo e il padronato a scegliersi i sindacato con cui trattare.

Nei settori della conoscenza stiamo vivendo una vera e propria emergenza occupazionale a causa delle politiche del duo Tremonti-Gelmini. Oltre al licenziamento di decine di migliaia di lavoratori hanno provocato un'ulteriore processo di precarizzazione.

Fondamentale è la mobilitazione dei precari e bisogna sostenerla con determinazione, dalla scuola all’università, dalla ricerca all’Afam, dalle scuole non statali alla formazione professionale. Le tante precarietà vanno ricomposte in un disegno generale unitario che sappia coniugare la cancellazione della precarietà con i necessari cambiamenti che assicurino maggiore qualità ai nostri comparti.

Altrettanto importante è la protesta dei ricercatori universitari che, assieme ai precari e agli studenti, rappresentano le categorie più colpite dal disegno di legge gelmini. La FLC sostiene questa mobilitazione ritenendola centrale per riaprire una discussione pubblica sul ruolo dell’Università e contrastare le politiche scellerate del governo.

Negli enti di ricerca, e in particolare al CNR, è in corso una iniziativa unitaria che sarà rilanciata e intensificata nei prossimi giorni con un appuntamento nazionale.

Le priorità della FLC CGIL...
In questo quadro pesantemente negativo la FLC CGIL conferma l’agenda delle sue priorità

Blocco dei tagli per tornare ad investire in tutti i comparti della conoscenza
Sostegno al ruolo pubblico
Superamento del precariato in tutti i comparti pubblici e privati
Riconquista del contratto nazionale e del diritto alla contrattazione decentrata
Difesa delle regole democratiche e della rappresentanza in tutti i settori pubblici e loro estensione nei settori privati
Rilancio del sistema pubblico di ricerca
Costruzione di un sistema nazionale della formazione professionale
...e il percorso di mobilitazione
La FLC CGIL mette al centro della propria mobilitazione la qualità e la stabilità del lavoro per governare i necessari processi di cambiamento dei nostri comparti, dando così un anima ed un filo logico alle nostre rivendicazioni e ponendo le premesse per un nuovo patto generazionale che abbia come pilastri e in rapporto inscindibile, diritto allo studio, Welfare studentesco e qualità del lavoro.

La proclamazione dello sciopero nazionale deve essere quindi parte integrante di un percorso di lotte che deve intrecciare una forte iniziativa sui posti di lavoro e sul territorio con le scadenze nazionali dei prossimi giorni:

Assemblea delle Rsu di tutto il pubblico impiego il 24 settembre,
giornata di mobilitazione europea del 29 settembre, caratterizzata per la CGIL con il tema della precarietà nel mondo della conoscenza,
sostegno alla manifestazione dei metalmeccanici del 16 ottobre,
sostegno alle manifestazioni degli studenti,
le diverse iniziative sul precariato,
assemblee nel primo giorno di scuola,
la settimana di mobilitazione nelle Università, a partire dal 4 ottobre, e degli enti di ricerca pubblici.
Il prossimo direttivo valuterà l’ipotesi di convocare una grande manifestazione nazionale nei primi giorni di novembre.

L’intero nostro programma dovrà avere forti connotati confederali ricercando il massimo di convergenza con tutte le categorie della CGIL, a partire dalla FP, e saranno tappe importanti delle iniziative che saranno decise dal Comitato direttivo della confederazione del 16 e 17 settembre.

La convocazione degli Stati generali, il cui lavoro preparatorio è già partito, sarà fondamentale per proporre al Paese una proposta alternativa per uscire dalla crisi, attraverso la centralità della conoscenza come la più importante risorsa per lo sviluppo economico e sociale, costruendo una rete larga di alleanze sociali e politiche.